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Blog VidaTour
Inviato da Staff il 7 febbraio, 2012 - 19:36
La Storia:
Il ruolo di assoluto primo piano concesso dalla società al carnevale ha fatto sì che il costume, nei secoli, abbia portato ad un autentico processo di personificazione. Un passaggio ricorrente, oltre che nelle immagini e nella letteratura, anche nelle feste, nei Riti del repertorio più classico.
Sono ancora in vita diversi riti tradizionali: La Festa dell'Orso, ogni anno, il 2 Febbraio, giorno della Candelora, a Putignano va in scena un’antica consuetudine, una vera e propria performance, che ha come protagonista un orso il cui legame con il Carnevale è confermato da alcune capacità magico - divinatorie che la tradizione popolare gli attribuisce. Infatti, secondo un antico proverbio putignanese, proprio il giorno della Candelora, l’orso ha la possibilità di prevedere l’andamento del clima per la parte rimanente dell’inverno, sulla base di una “logica carnevalesca” o meglio “rovesciata”: se in quel giorno il tempo è buono, l’orso “si costruisce” il “pagliaio” per difendersi dalle imminenti intemperie, se invece è cattivo, abbandona le preoccupazioni, perché sa che il clima sarà buono. Ogni 2 febbraio un’associazione teatrale cittadina mette in scena la teatralizzazione della Festa dell’Orso.
Altrettanto caratteristico il secolare appuntamento della Estrema unzione di Carnevale, da sempre abbinato a quello, cronologicamente successivo, del Funerale del Carnevale.
L'Estrema Unzione del Carnevale entra in scena ogni anno alla vigilia del martedì grasso, ultimo giorno di carnevale prima che il calendario introduca il periodo, più intimistico, della Quaresima. Nella penultima sera di vita, un corteo mascherato con paramenti sacerdotali e vestiti clericali si sposta per le vie del paese, per impartire una benedizione tutta particolare, declamando una esilarante biografia in vernacolo del Carnevale morente. La finta processione vaga per le vie cittadine dalle prime ore della sera fino a notte inoltrata, con il seguito improvvisato di appassionati e curiosi, e con un peregrinare infinito fra piazze e locali, pronti ad accogliere e a rifocillare gratuitamente i “ministranti”. E’ uno dei momenti più belli, uno di quelli che conservano intatto il fascino della partecipazione, della condivisione, dell’essenza povera e altruista del carnevale del passato.
Il programma delle ultime ore della festa si apre con l’ultimo corso mascherato, esaltato dalle luci della sera nelle sue sfumature “goticheggianti”. Poi, il Funerale di Carnevale e la Campana dei Maccheroni lasciano che il sipario cali ancora una volta su eccessi e rumori, danze sfrenate e licenze carnascialesche.
Il Funerale di Carnevale manda sotto i riflettori un corteo funebre al seguito del caro estinto, rappresentato da un maiale in cartapesta pronto ad incarnare le metafore un periodo di eccessi e rottura delle regole. Il maiale, al termine dell’itinerario, verrà bruciato nella piazza cardine del centro storico, cuore pulsante della storia e della cultura putignanese. E’ il paradigma di un rito purificatorio, chiamato a bruciare il materialismo in favore della spiritualità, ad innalzare pensieri e progetti verso quelle prospettive che da lì a poche ore avranno il sopravvento.
Gli ultimi minuti di vita del Carnevale si muovono al ritmo dei 365 rintocchi della Campana dei Maccheroni, issata in piazza per scandire gli ultimi palpiti di una festa infinita. Davanti alla grande campana in cartapesta, tutto il paese, e le decine di migliaia di visitatori presenti, si ritrovano insieme ancora una volta, per gli ultimi balli davanti ad un bicchiere di vino ed un piatto di pasta.

Naturalmente, innumerevoli città d’arte offrono cento ragioni per essere visitate e cento feste sono più famose della nostra. Quanto proponiamo da secoli non è uno spettacolo in cerca di pubblico, né un effetto speciale a cui assistere attoniti.
I nostri sono ingredienti di una ricetta semplice: acqua, colla, carta, le pietre bianche di un borgo, le toppe colorate di un vestito, una musica da strada, orsi impertinenti, corna, sottani e baffi con la gonna.
Con un Carnevale che incomincia il 26 dicembre e finisce il martedì grasso, porta di una terra che chiamano Valle d’Itria, in Puglia, a 14 km dalla città dei trulli, a cinque da Castellana Grotte, assediati da castelli federiciani e chiese romaniche, costretti a mangiar prodotti genuini, a subire le influenze di un clima mite, a divertirci da oltre seicento anni...

Il fascino dei carri allegorici e delle maschere di carattere del Carnevale di Putignano poggia uno dei suoi fondamenti sull;originalità, la raffinatezza, la delicatezza delle rifiniture della cartapesta. Una cartapesta ricca di peculiarità specifiche, realizzata con un procedimento che la "scuola putignanese" ha forgiato nel tempo ed ha custodito molto gelosamente.
La cartapesta si realizza modellando, plasmando con arte, strati di carta di quotidiani ammorbidita da una tradizionalissima colla di acqua e farina.

Buon Carnevale a tutti!!!
[Fonte http://www.carnevalediputignano.it/]
Inviato da Staff il 16 gennaio, 2012 - 15:07
I laghi Alimini, sono due laghi pugliesi situati a nord della città di Otranto, in provincia di Lecce, facenti parte dell'Oasi protetta dei Laghi Alimini. I due laghi sono collegati da un canale, denominato Lu Strittu.

Alimini Grande è stato generato dalla continua erosione del mare, e si estende in lunghezza per circa 2,5 km ed ha una profondità di circa 4 metri.
Il bacino di Alimini Grande è circondato quasi completamente da una fascia rocciosa, riccamente ricoperta da folte pinete e macchia mediterranea. Il tratto settentrionale, chiamato Palude Traguano, è pressoché basso e sabbioso; qui sono presenti numerose sorgenti, fra cui la principale chiamata Zudrea che alimenta il lago insieme al mare. La percentuale di salinità del lago è quasi dello stesso valore di quella del mare, perché appunto, il mare confluisce in esso. I fondali del lago sono ricchi di molluschi e una gran parte del fondale è ricco di Ruppia maritima.

Alimini Piccolo è generato da numerose sorgenti di acqua dolce, ed è chiamato anche Fontanelle. Si estende in lunghezza per circa 2 km e la profondità non supera il metro e mezzo. Il lago, che ha sponde basse e pianeggianti, viene alimentato dalla falda freatica del canale Rio Grande che a sua volta è generato dalle numerose sorgenti presenti presso la vicina Serra di Montevergine. Le acque del lago, sono quasi sempre dolci, anche se durante la stagione estiva, con il fenomeno di evaporazione delle acque, il lago tende a diventare salino.
La vegetazione intorno ai due bacini d'acqua è ricchissima e si possono ammirare varie specie di piante fra cui la rarissima orchidea di palude (Anacamptis palustris), la castagna d’acqua (Trapa natans), una specie in via di estinzione in Italia, formata da grossi frutti della stessa sembianza della castagna, e l'erba vescica (Utricularia vulgaris), una pianta carnivora, dotata di minuscoli pettini che appena toccati da insetti, aprono delle vesciche che aspirano al proprio interno le prede.
I laghi sono inoltre habitat importante per numerosi animali fra i quali folaghe e moriglioni.
Costituiscono uno dei luoghi naturali più pregiati del Salento, con un ecosistema che ospita varie specie animali e vegetali e costituiscono una "Zona di Protezione Speciale".

Tra i maggiori luoghi di pregio dell'oasi dei laghi Alimini, è da segnalare sulla costa la baia dei Turchi. Selvaggia ed incontaminata, e raggiungibile solo a piedi, è il luogo dove, secondo la leggenda, sarebbero sbarcati i guerrieri turchi nell'ambito della battaglia di Otranto del XV secolo.
Inviato da Staff il 31 dicembre, 2011 - 13:35

Guardiamo al Nuovo Anno
col cuore asettico e puro,
con l'impegno di sempre
col desiderio di migliorare.
Almeno un cambiamento in noi
ci rende consapevoli
della nostra forza,
del nostro potere.
Abbiate tutti Voi fiducia
nelle vostre potenzialità.
Un altro Anno se ne va, Un altro che hai compiuto in cui hai costruito giorno
dopo giorno, mattone dopo mattone, Per coltivare il tuo sogno e con fortuna e
capacità Credici ancora perché hai un Nuovo Anno
magari... Si realizzerà
Tanti Auguri di Buon Anno.

Inviato da Staff il 22 dicembre, 2011 - 20:19
Il vero Natale che abbraccia l'anima e il cuore e sa dare infinita felicità e'
composto di solo tre fiorenti parole:
Amore, Pace e Bontà

Inviato da Staff il 14 dicembre, 2011 - 19:42
"Alla scoperta di Bari sotterranea" nasce dalla sinergia fra gli uffici periferici del Ministero per i Beni e le Attività culturali -
Direzione regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia, la Regione Puglia, l'APT della Provincia di Bari e la Parrocchia
Cattedrale di Bari, nell'ambito del progetto turistico "Città Aperte in Estate 2009". L'intento è di far conoscere al pubblico le
suggestive aree archeologiche racchiuse nei sotterranei di alcuni edifici monumentali della Città vecchia di Bari, veri e propri
testimoni delle millenarie vicende storiche con il supporto didattico e scientifico degli archeologi.

Solo così, infatti, gli itinerari archeologici proposti consentono di scoprire e conoscere le microstorie stratificatesi nelle
complesse aree archeologiche racchiuse nei sotterranei di alcuni edifici monumentali della città vecchia di Bari. Il percorso, della
durata di un'ora e trenta minuti circa, prende avvio dal Castello Normanno Svevo, per proseguire nel Succorpo della Cattedrale di
San Sabino e concludersi nell'area archeologica di Palazzo Simi, Centro Operativo per l'archeologia di Bari. Palazzo Simi, inoltre,
fino al 20 novembre, ospita la mostra archeologica «La vigna di Dioniso. Vite, vino e culti in Magna Grecia»: quasi duecento reperti
di straordinario pregio appartenenti alle collezioni del Museo Archeologico di Taranto e provenienti in gran parte dalle aree
archeologiche di Taranto, Rutigliano e Ceglie del Campo.

La creazione degli “Itinerari d’Autore a Bari” itinerario storico archeologico, nasce dall’incontro di un gruppo di professionisti
variamente impegnati nella valorizzazione e promozione della storia, dell’archeologia e della cultura materiale della propria terra.
Il team di lavoro propone sia al visitatore attento che al turista colto di riscoprire una Bari inedita, da esplorare attraverso i diversi
luoghi della memoria oggi resi fruibili al grande pubblico attraverso percorsi attrezzati con supporti didattico-scientifici.
Una guida specializzata accompagnerà gli interessati alla scoperta della storia di Bari e degli insediamenti che si sono avvicendati
nei secoli.

Inviato da Staff il 4 dicembre, 2011 - 20:29
Torre Guaceto è una riserva naturale statale situata sulla costa adriatica dell'alto Salento, a pochi chilometri dai centri di Carovigno e San Vito dei Normanni e a 27 km da Brindisi.

La riserva si estende per circa 1.200 ha presentando un fronte marino che si sviluppa per 8.000 mt. L’area è configurata come un rettangolo più o meno regolare, con una profondità media di 3.000 metri, attraversata e divisa dalla strada statale 379.
I sistemi che si sviluppano a monte e a valle della strada statale sono profondamente diversi. A monte permane un sistema agricolo tipico della zona, posto in continuità con la copertura vegetale esterna alla Riserva. A monte, infatti, permane un sistema agricolo tipico della zona altosalentina, posto in grande continuità con la copertura vegetale esterna alla riserva. Grandi oliveti secolari attentamente mantenuti divisione degli appezzamenti e limitazione delle strade realizzate con muretti a secco di pietra locale ed ancora negli oliveti, terreni rossi, non coperti da vegetazione e non interessate da altre culture. La bonifica dei terreni (risalente al 1931) ne ha determinato la regolarizzazione dei confini e della struttura viaria di servizio, la divisione in piccole proprietà, la realizzazione di modesti edifici colonici annessi (attualmente se ne contano circa centocinquanta). L’immagine dell’area a monte della superstrada è dunque quella di un ambito agricolo di bonifica, caratterizzato dalla presenza diffusa di oliveti, seminativi ed ortaggi e perlopiù privo di ambiti naturalisticamente qualificati, se non per piccoli appezzamenti marginali.
Nell’area posta a valle della superstrada i terreni hanno una connotazione più naturale. Qui sono riconoscibili due tratti principali. In primo luogo, nella parte prossima al mare e per circa metà della lunghezza della costa protetta della riserva vi è un apparato dunale imponente, concluso verso terra da una fitta macchia mediterranea.
Una significativa varietà di ambiti diversificati si succedono in questo tratto costiero per alcune centinaia di metri verso l’entroterra. Al suo interno vi sono piccole zone umide che si formano durante e dopo le piogge e che scompaiono nei periodi più caldi, ed alcune risorgive di acqua dolce anche esse stagionali.
La successione spaziale spiaggia, duna, macchia mediterranea si conclude con aree agricole (prevalentemente orticole) ed alcuni rimboschimenti di non grande qualità.
Il secondo tratto costiero, che si sviluppa verso sud, non presenta né dune né spiaggia. Si caratterizza come una costa bassa e rocciosa, con piccole spiaggette ed una vegetazione che si spinge fin sulla linea di costa.

La zona che si sviluppa alle spalle del promontorio della Torre di Guaceto è stata interessata, in passato, da una bonifica dei terreni di cui rimane traccia nei segni lasciati dai canali. Tale bonifica servì a far defluire le acque che si accumulavano in questa zona a causa della ridotta acclività del terreno e all’affioramento della falda di acqua dolce. Ciononostante, una parte dell’area è sempre rimasta umida.
Una volta abbandonato l’uso agricolo dei terreni bonificati, le acque hanno nuovamente allagato interi settori, creando specchi d’acqua permanenti.
Successivamente la crescita dei canneti ha chiuso parzialmente le superfici libere delle acque. Il sistema che n’è scaturito riviste un grande interesse da punto di vista ambientale, essendo luogo di passo di numerose specie di avifauna ed, inoltre, essendo caratterizzato dalla presenza costante di uccelli, anfibi ed insetti connessi ai sistemi umidi.
La parte di territorio posto a valle del tracciato della superstrada è caratterizzata da una bassa densità insediativa: sulla costa si trovano gli edifici di Punta Penna Grossa e di Torre di Guaceto, mentre nell’immediato entroterra l’edificato è costituito dalla casa del guardiano e, oltre la macchia da alcune case coloniche.
Oltre ciò, sono presenti i ruderi delle strutture di un campeggio risalente agli anni ‘80 attrezzatura da sempre inutilizzata e che, abbandonata definitivamente all’azione distruttiva del tempo e degli agenti atmosferici, è attualmente oggetto di atti di vandalismo che ne minano il già precario stato di conservazione.

In quest'ambiente trovano rifugio animali diversi per caratteristiche e abitudini. Sicuramente i più schivi e difficili da vedere sono i mammiferi notturni come il tasso, la donnola o la faina, che generalmente di giorno sono al sicuro nelle loro tane scavate nel terreno, ben nascoste e mimetizzate nella vegetazione.
Durante i periodi più caldi dell'anno è facile scorgere ai bordi dei sentieri innocui serpenti come il colubro leopardino così chiamato per la spettacolare livrea a macchie brune o il Cervone che può raggiungere notevoli dimensioni. Passeriformi come il pendolino e l'Usignolo di fiume o uccelli di dimensioni più grandi come il Porciglione, gli aironi e il Tarabuso prediligono come dormitorio o punto di sosta il canneto di Torre Guaceto. Quest'ultimo, per mimetizzarsi al meglio tra le canne che lo circondano, può rimanere per molto tempo immobile in piedi o ondulare lentamente come canna al vento. Se disturbato invece assume una strana e buffa posizione di attacco che, a dire il vero, sembra tutt'altro che minacciosa.
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Altri protagonisti di quest'ambiente sono le rondini che in migliaia di esemplari stazionano in Puglia durante i viaggi migratori. Tra i rapaci domina il Falco di palude mentre le acque, ricche di vegetazione sommersa, ospitano rettili come la Biscia dal collare o la Testuggine d'acqua, facilmente distinguibile dalle punteggiature gialle sul corpo scuro.
Inviato da Staff il 26 novembre, 2011 - 20:20
Le grotte di Castellana sono un complesso di cavità sotterranee di origine carsica di interesse speleologico e turistico, situato nel comune di Castellana Grotte, nella Murgia della provincia di Bari, a meno di un chilometro dal centro abitato.

Annesso al complesso vi è un museo speleologico.
Le grotte di Castellana si aprono nelle Murge sud orientali, altopiano calcareo formatosi nel Cretaceo superiore circa novanta - cento milioni di anni fa. In passato era nota solo la prima cavità dell'enorme complesso, chiamata la grave, utilizzata dai contadini come deposito perché pensavano che fosse la bocca dell'inferno. Nella cavità cadevano gli animali, e una caduta così alta portava sicuramente alla morte. E la morte degli animali causava cattivo odore che usciva dalla cavità. Inoltre i cadaveri degli animali producevano gas, che cercando di uscire venivano a contatto con il vento freddo dell'esterno e per questo venivano rimandati nella cavità. Questo processo faceva credere ai contadini che i gas fossero le anime dei peccatori morti e andati all'inferno che cercavano di uscire dall'inferno, ma venivano spinti dentro da forze ambigue. Un primo tentativo di esplorazione fu realizzato alla fine del XVIII secolo da alcuni giovani del luogo, che tuttavia si arrestarono pochi metri dopo il maestoso ingresso. La scoperta dell'intero sistema di voragini e cavità che compongono il complesso risale al 23 gennaio 1938 ad opera dello speleologo Franco Anelli nell'ambito di una campagna di ricerche speleologiche condotte nelle Murge sudorientali su invito dell'ente provinciale per il turismo di Bari.

Le cavità sotterranee si estendono per una lunghezza di circa 3 chilometri, fino a raggiungere profondità dell'ordine di 72 metri al di sotto del livello del suolo, riferito all' ingresso della grotta. La visita turistica al complesso è possibile attraverso due itinerari: quello breve, di circa un chilometro e della durata di 50 minuti, e quello completo, che dura 2 ore. L'ingresso naturale è rappresentato da un'enorme voragine profonda 60 metri denominata la grave, termine dialettale locale per indicare una grande voragine. Da qui è possibile raggiungere la caverna bianca. La visita turistica si snoda lungo uno scenario affascinante per circa 1 km. L'itinerario più lungo, richiede due ore e si sviluppa per 3 km, tra caverne e voragini dai nomi mitologici o fantastici. Dalla Grave alla Grotta Nera o della Lupa Capitolina, dopo aver superato il Cavernone dei Monumenti, superato la Calza e successivamente la Caverna della Civetta, attraversato il Corridoio del Serpente, la Caverna del Precipizio ed il Piccolo Paradiso, si scorre per il lungo Corridoio del Deserto detto anche il Grand Canyon sotterraneo (di una colorazione rossiccia dovuta alla presenza in tale tratto di minerali ferrosi) si raggiunge la Caverna della Torre di Pisa, il limpido Laghetto di acqua di stillicidio, il Corridoio Rosso, la Caverna della Cupola ed infine passando dal luccicante Laghetto di Cristalli, si giunge nella straordinaria Grotta Bianca, definita la più bella grotta del mondo, luminosa e splendente. Ogni anno ci sono sempre nuove iniziative come le suggestive visite denominate Speleo Christmas e Speleo Night nelle quali i visitatori, con l'ausilio di speleologi esperti, scoprono le grotte con illuminati soltanto dalla luce dei loro caschetti.


Inviato da Staff il 20 ottobre, 2011 - 11:37
Egnazia (o Gnazia) è un'antica città pugliese (di cui oggi rimangono solo rovine), nei pressi dell'odierna Fasano, in Provincia di Brindisi. Centro dei Messapi o dei Peucezi, fu sede di manifatture di ceramiche del IV e III secolo a.C. In lingua messapica era chiamata Gnathia, mentre dai Romani fu chiamata Egnatia o Gnatia e dai Greci Egnatia o Gnàthia. Si trova ai confini tra la Peucezia (a nord) e la Messapia (a sud), lungo la cosiddetta soglia messapica. Citata da Plinio, Strabone ed Orazio, che in un suo viaggio da Roma a Brindisi, scrisse di essa. Ora in provincia di Brindisi (vicino al confine con quella di Bari) e pochi chilometri più a nord di Savelletri di Fasano, il centro d'Egnazia è uno dei più interessanti siti archeologici della Puglia.

La storia degli scavi effettuati ad Egnazia è simile a quella di altri comuni pugliesi con importanti testimonianze archeologiche, come Ruvo o Canosa, in quanto i primi rinvenimenti furono finalizzati per lo più al saccheggio e alla vendita sommaria dei reperti pervenuti. In particolare, i primi depredamenti ebbero luogo nel 1809 quando alcuni ufficiali francesi di stanza ad Egnazia, per rendere più interessanti le loro giornate, cominciarono a sondare il terreno circostante le rovine (all'epoca coperte di rovi) per ricavarne reperti per poi rivenderli sul mercato archeologico clandestino. A causa della carestia del 1846 e alla conseguente mancanza di lavoro, fasanesi e monopolitani si diedero al saccheggio sistematico di centinaia di tombe per fare incetta di vasi, bronzi, oggetti d'oro, monete, statuette di terracotta; ruvesi e canosini, per pochi spiccioli, non esitavano a portar via materiali di notevole importanza che rivendono a Napoli e altrove. La vicenda suscita il biasimo del Mommsen, in particolare per le modalità con cui vengono svolti gli scavi, effettuati senza che si prendessero le notizie relative alle circostanze del ritrovamento, privando perciò la Storia, in ogni scavo, per tutto il tempo a venire, di importanti dati per ricostruirne il corso. Le notizie di quanto accadeva ad Egnazia raggiungevano regolarmente Napoli, ed il Pepe ricorda anche che fu predisposta un'ispezione affidata all'architetto Carlo Bonucci. Questi però, probabilmente influenzato dall'Intendente della Provincia, che in quella occasione gli fece dono del caduceo d'oro poi venduto ai musei di Berlino, si fermò a Bari, informando le autorità napoletane che non era il caso di scavare ad Egnazia per la "scarsa consistenza dei monumenti da indagare". Il traffico era alimentato proprio da questi personaggi, come ci testimonia il Bonucci, che non menziona la vendita del caduceo di bronzo che era stato acquistato per soli due carlini presso un contadino, che fu poi ceduto per 25 piastre, dopo molte e vive insistenze, al negoziante Barone (di Napoli) che lo rivendette per 72 colonnati ad un tale che lo acquistava per portarlo fuori dall'Italia.

I primi scavi metodici furono effettuati nel 1912, per poi riprendere nel 1939, 1964 e nel 1978, anno in cui fu costruito l'attuale museo archeologico, e sono tuttora in corso: dal 2001 l'Università degli Studi di Bari in collaborazione con il comune di Fasano porta avanti un progetto di scavo che sta contribuendo ad una più approfondita conoscenza della città; tra le scoperte più importanti vi è il rinvenimento dell'altra metà della piazza porticata scoperta da Quintino Quagliati nel 1912 e di altre interessanti strutture che stanno aiutando gli archeologi a chiarire alcuni aspetti urbanistici finora non del tutto conosciuti.
Il sito archeologico di Egnazia, inserito in un felice contesto naturalistico-ambientale, è uno dei più interessanti della Puglia. Citata da autori come Plinio, Strabone, Orazio, la città ebbe grande importanza nel mondo antico per la sua posizione geografica; grazie alla presenza del porto e della Via Traiana, infatti, essa fu attivo centro di traffici e commerci.
La storia dell'antica Gnathia si è snodata nell'arco di molti secoli. Il primo insediamento, costituito da un villaggio di capanne, sorse nel XV secolo a.C. (età del bronzo) e il sito fu sicuramente frequentato nel XIII secolo a.C., in epoca postmicenea, come attestano i fori di palificazione (ancora in età del bronzo). Nell'XI secolo a.C. (età del ferro) si registra l'invasione di popolazioni provenienti dall'area balcanica, gli Iapigi, mentre con l'VIII secolo a.C. inizia la fase messapica che per Egnazia, come per tutto il Salento, cesserà con l'occupazione romana avvenuta a partire dal III secolo a.C. La città entrerà quindi a far parte prima della repubblica (come civitas foederata probabilmente dopo il 267 - 266 a.C. e come municipium dopo la guerra sociale) e poi dell'Impero romano e decadrà insieme ad esso. Della fase messapica di Egnazia restano le poderose mura di difesa e le necropoli, ove oltre a tombe a fossa e a semicamera, sono presenti monumentali tombe a camera decorate con raffinati affreschi.
Poco si sa della sua fine, ma è molto probabile che essa, come molte altre città, sia stata saccheggiata dai Vandali (sbarcati proprio in Puglia prima di prendere Roma) o, più probabilmente, dai Goti del re Totila (nel 545 d.C.). Si crede anche che la diffusione, in epoca paleocristiana, della malaria e l'insicurezza data dalla sua posizione (nell'Alto Medioevo erano molto frequenti le scorrerie dei Saraceni lungo le coste e non vi erano più la flotta e gli imponenti eserciti romani a difendere il territorio) abbiano spinto i pochi abitanti rimasti, a rifugiarsi nei casali dell'entroterra (così nacque Fasano, assieme ad altri piccoli centri, e si sviluppò Monopoli). Il sito archeologico rimase sotto la giurisdizione del comune di Monopoli sino al 1927, anno di istituzione della Provincia di Brindisi, durante il quale il sito e tutta la zona d'agro ad essa circostante passò sotto la giurisdizione del comune di Fasano e quindi della neo-costituita provincia salentina.

Le tombe messapiche scoperte ad Egnazia presentano spesso decorazioni pittoriche attraverso le quali ci sono pervenute informazioni sulle loro concezioni cultuali e sulla teoria dell'aldilà, tra il IV e II secolo a.C. Sono particolarmente interessanti sepolture di tipo familiare. L'alto tenore di vita ad Egnazia è messo in evidenza dalla presenza di numerose tombe a camera ed a semicamera. L'importanza di una tomba ad Egnazia è data da due fattori: la dimensione della tomba e la sua decorazione, a connotare la presenza di una classe sociale che era in grado di commissionare queste grandi tombe di carattere familiare, attestando inoltre l'esistenza di una fascia sociale di connotazione aristocratica. Maggiori informazioni riguardo alla pittura funeraria si hanno nelle tombe della cosiddetta necropoli occidentale, mentre poco si sa della necropoli meridionale per la maggior parte ancora da scavare. La prima, che è stata sottoposta per secoli allo scavo clandestino dei "tombaroli", ed è situata al di fuori della città, ad ovest delle mura di fortificazione, è stata indagata ufficialmente a partire dal 1971 durante la costruzione del Museo Archeologico Nazionale, quando venne scoperta la Tomba del Melograno. Le tombe messapiche sono scavate nella pietra, grazie anche alla non elevata durezza della roccia locale (denominata carparo) e possono essere:
· a fossa;
· a camera (o ipogei, stanze sotterranee, scavate per intero nella pietra), suddivise nella tipologia A) a dromos (dal greco, corridoio) con piano coperto da lastroni e cella sepolcrale e B) a scalinata (intagliata nella roccia, con vestibolo e camera chiusa);
· a semicamera (di dimensioni inferiori rispetto agli ipogei);
Di seguito è riportato il catalogo delle tombe rinvenute nella necropoli occidentale:
· Ipogeo del pilastro
· Ipogeo del melograno
· Tomba 78/1
· Tomba 78/3 ("tomba del banchetto")
· Tomba 78/4
· Tomba 79/8
· Tomba 81/23 ("della fiaccola")
· Tomba 82/1 ( "Labate")
· Tomba 94/1
La tomba che sicuramente ha suscitato più interesse per le sue caratteristiche, è stata l'ipogeo del pilastro: fu rilevata una prima volta nel 1939 e una seconda nel 1963; è un ipogeo a due camere, una più grande dell'altra, collegate da un breve corridoio (dromos), attraversato da una scala metallica di accesso. Il corridoio e la camera più grande sono completamente intonacati e dipinti con riquadrature architettoniche, mentre la camera più piccola presenta una decorazione limitata ad un angolo ed estesa al soffitto. La tomba prende il suo nome dalla presenza di un pilastro con funzione statica nella camera più grande (e più antica). Di fronte all'ingresso vi è una nicchia con una specie di cancelletto in pietra, in cui venivano conservate le ossa. La decorazione pittorica è di carattere geometrico "a linee e a zone" e questa pittura serve ad enfatizzare l'aspetto architettonico della tomba. La seconda cella sepolcrale è stata creata successivamente e nella decorazione del soffitto è evidente un motivo che ricorda un "tappeto disteso" (tapis tendu). Poiché del corredo funebre non è stata rinvenuta alcuna traccia, per la datazione della camera più grande si ricorre alla presenza della nicchia con pseudo-cancello, assimilabile alla struttura della tomba 79/8, laddove la seconda camera potrebbe risalire al III secolo a.C. (data motivata dalla presenza del fregio marmorizzante esteso al soffitto piuttosto che alla parete, tipico degli edifici egnatini di quest'epoca).

Per quanto riguarda la pittura funeraria, la presenza di sepolture di vari periodi permette di affermare la loro presenza sia in ambito messapico che magno-greco. Si è notato come in alcuni ipogei di Egnazia si cerca di armonizzare la decorazione con l'architettura delle celle funerarie, infatti si conferisce una funzione alla banchina deposizionale ricoprendola con una zoccolatura rossa di base. È caratteristico della pittura funeraria lo stile a zone che nasce intorno al V secolo a.C. in Grecia e si diffonde nel IV e nel III secolo a.C. Si tratta di un tipo di decorazione, elaborata soprattutto a Taranto, principale città della Magna Grecia. Ci sono ancora una volta ad Egnazia caratteristiche proprie della cultura tarantina. Infatti, nella tomba 78/4 viene utilizzato dello stucco per sagomare una cornice parietale; di carattere tarantino è anche il ricavare una kline così come dare forma monocellulare all'ipogeo. L'influenza di Taranto si trova maggiormente espressa per l'architettura degli ipogei così come nella tecnica della decorazione a zone. La decorazione delle tombe predilige ornamentazioni vegetali con fregi e ramoscelli di tralcio ed edera, di corone e di foglie di loto. Inoltre le decorazioni risentono di un'omologazione religiosa costituita dalla pittura con una fiaccola accesa (tombe con queste decorazioni sono una a Taranto e una ad Egnazia).

Da Egnazia prende il nome una particolare tecnica di pittura vascolare di età ellenistica, la "ceramica di Egnazia" (stile di Gnathia), realizzata anche in diverse località della Puglia e dell'Italia meridionale nei secoli IV-III secolo a.C. Lo stile di questi oggetti è nel fondo nero lucente, con sovradipinture bianche, gialle e rosse che descrivono motivi fitomorfi o geometrici, talvolta accompagnati da elementi dionisiaci o di costume.

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